Colpo al clan di Barcellona: 35 arresti I DETTAGLI DELL'OP. "GOTHA 4"

Pubblicato Mercoledì, 10 Luglio 2013 06:23
Scritto da Redazione
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All'alba di oggi, in diverse località della provincia, i Carabinieri del R.O.S., del Comando Provinciale e della Compagnia di Barcellona, insieme a personale della Squadra Mobile di Messina e del Commissariato della città del Longano, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di trentacinque indagati per associazione mafiosa, estorsione, rapina, omicidio, detenzione di armi e munizionamento ed altri delitti aggravati dalle finalità mafiose.

I provvedimenti scaturiscono da un’attività investigativa sviluppata in prosecuzione degli interventi repressivi che hanno recentemente colpito gli esponenti della famiglia mafiosa di Barcellona e delle sue diramazioni territoriali, l’ultimo dei quali (Operazione “Gotha 3”, conclusa nel luglio del 2012) ne aveva fortemente minato la struttura criminale, sino ad allora difficilmente permeabile e consolidata dall’assenza di significativi apporti collaborativi.

Le indagini hanno messo in luce l’instabilità di un sistema mafioso fortemente provato dalle dichiarazioni dei collaboratori Carmelo Bisognano, boss dei “Mazzaroti”, Alfio Giuseppe Castro e Santo Gullo ed il difficile tentativo di ripristinare un assetto organizzativo in grado di far fronte alle rinnovate esigenze di controllo del territorio e di realizzazione delle progettualità criminali, difficilmente conciliabili con l’assenza della maggior parte degli elementi apicali del sodalizio in quanto sottoposti al regime carcerario del 41 bis e con gli effetti delle penetranti misure patrimoniali di sequestro beni nel frattempo applicate. Un’organizzazione, peraltro, che ha dovuto far fronte per diversi mesi alle necessarie coperture a Filippo Barresi, considerato uno dei suoi capi ed organizzatori, pienamente attivo fino al momento del suo arresto a gennaio.

Ulteriori ostacoli all’azione di riorganizzazione criminale sono stati offerti dalle denunce e dalle ampie ammissioni di diversi imprenditori dell’hinterland barcellonese che, con grande senso civico, hanno permesso di definire numerosi episodi estorsivi e di procedere all’arresto, a volte anche in flagranza di reato, di diversi esponenti mafiosi, contribuendo così ad indebolire le fondamenta del muro di omertà presente sul territorio .

Fra questi Salvatore Campisi, arrestato nell’aprile del 2012 nell’ambito dell’indagine “Mustra”, le cui successive dichiarazioni hanno ulteriormente fatto luce sugli assetti storici del sodalizio, la sua nuova organizzazione ed i reati fine commessi, consentendo di trarre indizi su alcuni fatti di sangue del recente passato, come i due tentati omicidi ai danni del capo mafia Carmelo Giambò avvenuti il 22 agosto 2010 ed il 03 marzo 2011, nonché di chiarirne altri, tra i quali l’omicidio di Ignazio Artino.

Tale delitto, avvenuto il 12 aprile 2011, sarebbe stato ordito ed eseguito dallo stesso Salvatore Campisi - con la collaborazione di Carmelo Maio detto “Spillo” ed altri, come riscontrato peraltro dalle indagini della Polizia di Stato che già nell’immediatezza aveva individuato importanti spunti di indagine, successivamente confermati dalle dichiarazioni di Campisi. Tale omicidio era stato eseguito dall'attuale collaboratore di giustizia al fine di affermare la propria legittimazione alla gestione dell’attività estorsiva nel territorio di Terme Vigliatore e rafforzare la sua posizione.

Per quanto concerne i profili associativi, le attività tecniche hanno permesso di individuare il nuovo panorama criminale ed i consociati subentrati nei vari ruoli ai referenti mafiosi arrestati con le precedenti attività.

Le indagini, ricostruendo l’attuale sistema delle estorsioni ai danni dell’imprenditoria nel territorio di Mazzarrà S. Andrea nonché dell’indotto economico della locale discarica comprensoriale, hanno documentato come Massimo Giardina, Salvatore Italiano e Salvatore Artino abbiano preso il posto già di Carmelo Bisognano prima e, successivamente, di Tindaro Calabrese e del defunto Ignazio Artino. Hanno documentato, poi, come sul medesimo scenario determinatosi a seguito dell’omicidio di Artino Ignazio, già monopolio del gruppo dei “mazzarroti” abbiano avuto un ruolo di rilievo i barcellonesi Giovanni Perdichizzi, quest’ultimo perito a seguito di agguato mafioso nel gennaio 2013, Antonio Scordino e Vito Vincenzo Gallo.

Le indagini hanno messo in luce, l’operatività nel settore delle estorsioni nell’area della cittadina del Longano, del gruppo criminale di “Pozzo di Gotto” con un ruolo di primo piano svolto da Domenico Chiofalo e di individuare le responsabilità per gli attentati commessi in danno di esercizi commerciali anche mediante esplosione di colpi d’arma da fuoco.

Nelle attività di indagine relative al fenomeno estorsivo, nel quale è emerso anche il ruolo di Salvatore Artino figlio dell’ucciso Ignazio, si è dovuto constatare, nonostante la preziosa collaborazione delle vittime, un atteggiamento reticente da parte di alcuni imprenditori che, negando l’evidenza dei fatti estorsivi cui erano sottoposti, hanno ostacolato le indagini. Tutto ciò a differenza di altri imprenditori che hanno invece offerto il proprio contributo.

Parallelamente, le attività dei Carabinieri hanno accertato la piena operatività anche del gruppo “di San Giovanni”, dal nome dell’omonimo quartiere, già diretto da Ottavio Imbesi fino al momento del suo arresto avvenuto il 30 gennaio 2009 nell’ambito dell’operazione “Pozzo” e, successivamente, dal defunto Giovanni Perdichizzi che ha avuto il compito di raccogliere i proventi delle estorsioni per la successiva rifusione nella cosiddetta “cassa comune”, avvalendosi del suo “braccio armato” rappresentato da Antonino Scordino e Vito Vincenzo Gallo.

Tale gruppo ha manifestato un’elevata capacità di controllo del territorio, idonea anche ad indurre alcuni imprenditori del posto a chiedere agli stessi sodali il loro intervento per recuperare dei proventi di furto.

Il muro di omertà posto a sua protezione ha però ceduto di fronte alle denunce di un’altra parte dell’imprenditoria, che ha permesso gli arresti in flagranza nel corso delle indagini di Alessandro Crisafulli prima e Francesco Pirri – entrambi cognati di Gallo e già ritenuti legati a Imbesi – succedutisi repentinamente sul territorio per la riscossione delle estorsioni.

Sono stati poi acquisiti significativi dati investigativi riguardanti le contromisure attuate dal sodalizio per far fronte alla portata destabilizzante delle più recenti defezioni collaborative: immediatamente dopo essere stata resa nota la posizione giudiziaria di Campisi nell’ambito del processo “Vivaio”, Francesco Aliberti, ritenuto tra gli elementi di rilievo del sodalizio ancora rimasto in libertà, si è preoccupato di far comprendere ai propri affiliati l’importanza del sostentamento ai consociati detenuti quale impegno morale e, soprattutto, per scongiurare l’ipotesi di ulteriori collaborazioni.

Altro aspetto di rilievo ha riguardato il rinnovato interesse che la consorteria avrebbe rivolto al traffico di sostanze stupefacenti, fino a pochi anni addietro considerato generalmente avulso dagli interessi prettamente mafiosi - ed in alcuni casi fortemente osteggiato e motivo di dura repressione – tornato in auge in ragione della concreta diminuzione degli introiti estorsivi, connessa alla particolare congiuntura economica ed alle oggettive difficoltà dell’imprenditoria locale.

Tra i nuovi capi e promotori dell’organizzazione sono state infine individuate, oltre ad Aliberti, le figure di Giuseppe Antonino Treccarichi, già risultato nel corso delle pregresse attività come legato ai vertici del sodalizio mafioso barcellonese e, in particolare, a Tindaro Calabrese e Carmelo D’amico, nonché dell’imprenditore barcellonese Antonino Mazzeo, detto “Piritta”, il quale è risultato organico alla struttura mafiosa da vecchia data.

Dall’indagine “Gotha 4” emerge in sostanza uno scenario caratterizzato da una marcata instabilità degli equilibri criminali, nel cui ambito è stato possibile collocare anche i più recenti omicidi di Giovanni Isgrò, ritenuto vicino a Perdichizzi ed a Mazzu’ dopo, e dello stesso Perdichizzi.

Sul conto di quest'ultimo gli elementi raccolti nel corso delle indagini ne hanno evidenziato una palesata inaffidabilità, causata dalla mancata consegna dei proventi estorsivi nella “cassa comune” del sodalizio mafioso, così violando una delle sue regole fondamentali.

Le indagini sviluppate dai Carabinieri in seguito all’omicidio di Perdichizzi avevano consentito di rilevare la presenza sulla scena del crimine di Salvatore Cuttone, il quale, individuato dopo alcuni giorni fuori dal territorio di origine, avrebbe poi deciso di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni, in linea con quelle di Campisi, hanno descritto il ruolo di Perdichizzi e le motivazioni del suo omicidio, legandolo anche alla contrapposizione della vittima con Mazzeo, ed altri soggetti appartenenti alla medesima consorteria.

Cuttone ha permesso a Polizia e Carabinieri di recuperare diverse armi occultate in un terreno di sua proprietà a Acquaficara (Barcellona), alcune delle quali modificate ed ad alto potenziale offensivo, su richiesta di Crisafulli e per conto di Imbesi, fornendo ulteriore riprova della ferocia e della pericolosità del sodalizio barcellonese.